Gli agricoltori devono “fare rete”

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Gli agricoltori devono
Gli agricoltori devono "fare rete".

Gli agricoltori devono “fare rete”. Per competere nel mondo globale e rendere “inattaccabile” l’agroalimentare italiano

Gli agricoltori devono “fare rete”. L’agroalimentare italiano cresce ma il made in Italy rischia. Forse sarà pure fatto in Italia ma la proprietà non sempre è “tricolore”. A ben guardare, infatti, sono diversi “i padroni stranieri della tavola”, come titolava bene un articolo uscito qualche tempo fa sul quotidiano La Repubblica.

Scrive Ettore Livini nella sua analisi dal titolo Sfida tra giganti ma c’è chi reagisce: “A far male al Pil dell’Italia non è solo la fuga dei cervelli. Anche la tavola tricolore, un pezzo alla volta, ha visto partire per l’estero negli ultimi anni un bel po’ dei suoi marchi migliori.

Il nostro problema numero uno, dicono gli esperti, sono i nostri pregi: la biodiversità della cucina della penisola ha conquistato i palati di tutto il mondo. E il made in Italy alimentare è diventato un supermercato a cielo aperto dove i big stranieri si presentano sempre più spesso per fare shopping.


Ad accelerare la diaspora è arrivata la rivoluzione commerciale del settore.
La grande distribuzione – da un paio di decenni a questa parte – detta le regole del mercato. Per conquistarsi un posto sugli scaffali e nei carrelli è necessario avere volumi e diversificazione geografica alla portata solo delle grandi multinazionali.

Risultato: la mappa della tavola globale è stata riscritta da zero. E le piccole e medie realtà di casa nostra – spesso aziende più attente alla qualità e al controllo familiare che alle dimensioni – hanno recitato il ruolo delle prede in un risiko dove i big, come al calciomercato, hanno fatto il bello e il cattivo tempo”.

Gli agricoltori devono “fare rete”. Non sono poche le aziende italiane controllate da aziende estere. L’ultimo caso è quella della Acetum, leader nella produzione di aceto balsamico, che è andata all’inglese Associated British Foods. Buitoni e Perugina? Sono della Nestlé. Se Galbani e Locatelli una volta volevano dire fiducia, per la gioia di tanti bambini che guardavano Carosello, oggi vogliono dire Lactalis, azienda francese che si è cuccata pure la Parmalat.

Ma non finisce qui. Lo spumante Gancia, altra icona natalizia modalità “Happy Days” quando a Berlino c’era il muro controllato dai VoPos, è nelle mani della russa Tariko mentre i cioccolatini Pernigotti sono finiti a far parte del gruppo turco Toksoz. Bertolli, Carapelli e Sasso, quella della “pancia che non c’è più”, per intenderci, parlano spagnolo.

Non mancano anche aziende vinicole del Chianti e del Brunello di Montalcino che oggi sono di proprietà belga e cinese.

Il presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo ha dichiarato: “Il cambiamento di proprietà ha significato spesso lo spostamento delle fonti di approvvigionamento della materia prima a danno dei coltivatori italiani che offrono un prodotto di più alti standard qualitativi. Anche per gli alimenti con etichetta Igp il legame con le produzioni non è garantito dalle regole Ue”.

Gli agricoltori devono "fare rete".
Gli agricoltori devono “fare rete”.

Forse, allora, non è questione di etichette e di normative ma di soldi che spostano a piacimento etichette e normative. Qualcuno direbbe: “E’ la globalizzazione bellezza”. Infatti, si sta accentuando anche la tendenza opposta: le aziende italiane acquistano importanti marchi stranieri.

Da questo punto di vista, la più “rampante”, è la Lavazza che ha acquisito il 100 percento della Carte Noire e l’80 percento della canadese Kicking Horse Coffee. Altre importanti operazioni del genere sono state quelle effettuate da Granarolo, Segafredo e Ferrero.

Guardiamo i numeri. Dal 2014 al 2017 le acquisizioni estere nell’agroalimentare italiano sono state 56 per un valore complessivo di 1,6 miliardi, quelle italiane all’estero sono state 30 per un valore di 1,9 miliardi. Qualcosa in più.

Il problema è che si tratta sempre di una lotta tra giganti. A essere penalizzate, piccole e medie aziende e prodotti Dop e Igp. Il monito arriva ancora da Coldiretti che ricorda come molte volte la nuova proprietà finisca per mettere al posto del prodotto italiano un prodotto diverso, proveniente da altri paesi perché il legame col territorio non è automatico e soprattutto non è tutelato dalle normative Ue.

Anche il CETA, il Trattato di libero scambio con il  Canada, con cui si legittima l’imitazione delle nostre tipicità nazionali, è un ulteriore colpo alla realtà del vero made in Italy. Tanto per dire: l’accordo prevede che il Parmigiano Reggiano, il formaggio italiano più esportato al mondo, potrà essere liberamente realizzato e commercializzato in Canada con il nome di Parmesan.

Eppure, il nostro agroalimentare è in ascesa. Forse è per questo che gli fanno la guerra. Nel 2016 le vendite sono arrivate a 38 miliardi, nel 2017 siamo già a circa un 10 percento in più. Che fare insomma per adeguarsi e competere nel mondo dei “Giochi senza frontiere”?

Intanto partire dall’origine territoriale obbligatoria, in particolar modo per i prodotti più simbolo del made in Italy. Poi imparare a fare rete, a stare uniti. I coltivatori del Trentino si sono consorziati, riuscendo, nello stesso tempo, a competere col mondo globale e a mantenere l’identità del prodotto. La stessa cosa hanno fatto i produttori di pomodoro di Lombardia ed Emilia.

Gli agricoltori devono “fare rete”. Anche lo Stato ha capito il senso importante di questa battaglia. Il ministro Maurizio Martina ha infatti varato la descrizione d’origine obbligatoria per numerosi prodotti, dal latte ai cereali, e stanziato fondi a sostegno delle filiere più “virtuose”.

L’agropirateria internazionale fattura oltre 60 miliardi di euro, utilizzando in maniera indebita parole, località, ricette, con immagini che nulla hanno a che fare con l’Italia. All’estero, risultano contraffatti due dei nostri prodotti alimentari su tre.

Con il sostegno dello Stato e la capacità di fare rete, forse, sarà più difficile imitare le nostre eccellenze. Con buona pace del Parmesan e di tanti altri “frutti” del libero scambio.

 

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